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Dettaglio documento: 'Assistiti dal Comune non erano poveri In banca 93mila euro' | |
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| Tipo documento | News |
| Argomento | Rassegna stampa |
| Titolo | Assistiti dal Comune non erano poveri In banca 93mila euro |
| Sottotitolo | Via Roma attende il processo della famiglia rom: chiederà un risarcimento |
| Testo | MERCOLEDÌ, 21 LUGLIO 2010 - La Gazzetta di Mantova Assistiti dal Comune non erano poveri In banca 93mila euro Via Roma attende il processo della famiglia rom: chiederà un risarcimento Senza un lavoro e un reddito: nullatenenti. Erano anni, praticamente da sempre, che i componenti della famiglia s’erano conquistati la patente di poveri. Al punto che il Comune li ha sistemati in un alloggio (senza mai percepire l’affito); si è sempre occupato del pagamento delle bollette di gas, luce e acqua, e per anni ha fornito loro una piccola rendita mensile, tanto per aiutarli a sbarcare il lunario. Tutto questo finché polizia locale e Agenzia delle entrate hanno scoperto che la famiglia di nomadi rom era tutt’altro che povera. Intestati su un conto corrente bancario c’erano 93mila euro. Un piccolo tesoro, insomma, tenuto ben nascosto per continuare a beneficiare dell’assistenza comunale. Soldi guadagnati come? I componenti della famiglia, che abita in un appartamento di proprietà del Comune alla prima periferia della città, non sono stati in grado di fornire spiegazioni convincenti. Ora ci sono tutte le premesse perché i capifamiglia, marito e moglie di sessantatré e sessant’anni, finiscano davanti al giudice per rispondere di truffa nei confronti dell’amministrazione pubblica. Non solo, la procura di via Poma li accuserà anche del reato di ‘false dichiarazioni’. Questo perché nei moduli Isee - l’autocertificazione per ottenere il diritto di accesso alle prestazioni assistenziali - hanno scritto di non avere un’attività, un reddito, soldi e proprietà personali di alcun tipo. E quei 93mila euro? L’indagine è stata avviata nei primi mesi dell’anno e il rapporto consegnato della polizia locale al sostituto procuratore Marco Martani in maggio. A suscitarla sarebbe stata una richiesta di accertamento dell’Agenzia delle entrate. Perché la famiglia, che in passato si occupava di commercio ambulante di fiori, non risulta da anni tra i contribuenti? Tra le verifiche portate a termine dalla polizia locale anche quella bancaria. Ed ecco la sorpresa: a nome dei coniugi - nella lista dei più poveri, a cui i servizi sociali del Comune forniscono il necessario per vivere - è risultato un deposito in banca. Non un semplice conto corrente ma un deposito fruttifero, che assicurava al nucleo familiare anche una, seppur piccola, rendita mensile. «Questi soldi devono restare ai nostri figli, non possiamo spenderli...» si sarebbero sentiti rispondere gli agenti della polizia locale alla richiesta del perché non usassero quel fondo - anzicché i contributi del Comune - per pagare affitto, bollette e altre necessità della famiglia. Il primo passo del Comune è stato quello di chiudere i rubinetti dei servizi sociali: la famiglia non avrà più un solo euro di contribuzione. E quindi ha fatto una prima stima del danno arrecato alle casse dell’amministrazione dalla frode messa in atto dal nucleo di falsi poveri. Negli ultimi sette anni la famiglia rom avrebbe prelevato dalle casse pubbliche, sotto forma di contributi sociali destinati cittadini più svantaggiati, almeno venticinquemila euro. Una cosa è certa: se ci sarà il processo il Comune si costituirà parte civile per ottenerne la restituzione. |
| Data | 21/07/2010 |
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